ENRICO LETTA: "NEL 2010 L'ALLEANZA PD-UDC ANCHE NELLE REGIONI ROSSE".

L'altra volta partecipò al congresso-celebrazione con un ruolo assegnato, quasi da sparring partner. Stavolta Enrico Letta è in prima fila, accanto a quel Pierluigi Bersani con il quale ha sempre registrato una particolare sintonia. Ma ora è battaglia vera. «È la vera partenza del Pd. Quella precedente è stata una falsa partenza. I gruppi dirigenti di Ds e Margherita si erano messi d'accordo su un candidato unitario, e poi è più facile costruire un nuovo partito stando all'opposizione che stando al governo. Possiamo lavorare sul lungo periodo».

Il segretario Dario Franceschini dice che con Bersani finirebbe il bipolarismo. Si sente così poco bipolare?
«Trovo sbagliato quell'argomento e trovo sbagliato che il segretario caricaturizzi così le posizioni del suo principale concorrente. Semplicemente perché non è vero che la linea di Bersani sia quella di tornare alla prima repubblica. Vogliamo solo un partito che all'interno di un sistema bipolare costruisca delle alleanze».

Lei ha parlato spesso di un'intesa con l'Udc. Il primo appuntamento utile sono le regionali del prossimo anno.«Per quell'occasione il Pd deve stipulare un accordo organico e nazionale con l'Udc in tutte e tredici le regioni in cui si vota, dal Piemonte fino alla Calabria, anche in quelle in cui magari potremmo vincere senza l'Udc. Penso per esempio a Emilia Romagna, Toscana, Umbria. E non deve essere un accordo fatto su base utilitaristica».

Sareste disposti a cedere qualcosa?«Il Pd deve essere pronto a sostenere in una o più di queste regioni un candidato non del Pd».Non crede che in una prospettiva di accordo con l'Udc per il governo nazionale il percorso politico suo potrebbe andare a confliggere con quello di Pierferdinando Casini?«Questi sono aspetti del tutto prematuri di cui parleremo qualche mese prima delle prossime elezioni nazionali. Comunque, nei confronti di Casini, nutro stima e amicizia sincera».Uno dei problemi che il Pd ha si chiama Antonio Di Pietro. Come pensate di venirne a capo?«Convincendo Di Pietro a tornare il Di Pietro ministro, che è stato un buon ministro dei Lavori Pubblici. Con il quale abbiamo lavorato per esempio per far partire la Brebemi e la pedemontana lombarda. E' con il Di Pietro anti-Napolitano che non si può trovare un'intesa».Spesso la lista Bersani è vista come la lista dell'apparato e in particolar modo dell'apparato ex-diessino. Non si sente un po' accerchiato?«Penso che ci sia una mescolanza importante e nuova. In ogni caso credo che dovremo dare segni di novità molto molto rilevanti in Toscana, Emilia, Marche, Umbria, insomma nelle cosiddette regioni rosse».Novità interne al partito o a livello di amministratori?«In generale innovazione sui temi, sui modi di essere, sulle persone. La grande carica di cambiamento che deve avere il Pd, cominciamo a sperimentarla nelle regioni dove governiamo. Ricordiamoci che a ottobre terminerà la Cassa Integrazione per migliaia di imprese e anche le nostre regioni dovranno mettere in campo progetti innovativi per salvare il nostro sistema industriale».I governatori del Pd si sono espressi in gran parte per Bersani. Alcuni hanno storto il naso per queste dimostrazioni...«Credo siano opzioni legittime, come d'altra parte quelle di chi manifesta apprezzamento per Franceschini. Sono in particolare contento che molti abbiano scelto Bersani, perché Bersani ha un modello di partito che non è romano-centrico, ma vuole essere il candidato dei territori».Sul congresso incombe il rebus statuto.«E' chiaro che, una volta finito il congresso, nello statuto ci sono delle cose da rivedere. Non vorrei farlo a colpi di maggioranza interna».Ben pochi lo difenderanno.«In effetti credo che troveremo in breve un accordo».

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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