ENRICO LETTA: "QUESTO CONGRESSO E' L'ULTIMA CHANCE".

Caro direttore, finalmente primarie vere, finalmente un congresso vero. Finalmente sapremo se era l'idea ad essere giusta e la partenza ad essere sbagliata oppure no. Non condivido il pessimismo di chi denuncia il rischio di un "congresso conta" e di chi cerca disperatamente terzi candidati purchessiano. Abbiamo una grande occasione per farci valere. Ognuno può mettere cuore e testa in questa avventura congressuale che può rimetterci al centro della politica italiana, proprio mentre Berlusconi sta scivolando. Con questo spirito carico di realismo e di entusiasmo sento che dobbiamo cominciare a discutere. La competizione sarà vera. Non si sa in partenza chi vincerà.

Questo vuol dire che il segretario che eleggeremo alla fine avrà la forza per mettere in pratica le idee che lancerà surante la campagna. Questo vuol dire che il dibattito sarà aperto e trasparente. Speriamo che sia sopratutto un dibattito sui contenuti del nostro progetto per l'Italia e allo stesso tempo una bella discussione sulla nostra identità. Proprio quell'identità che troppo frettolosamente in questi venti mesi è stata ridotta nella simbologia delle sedi del PD alle foto di Moro e Berliguer. Questa superficialità ha finito per raccontare la storia di un partito che rappresenta la realizzazione postuma, trent'anni dopo, del progetto del compromesso storico. Non è così. E' fuorviante dare questo messaggio. E soprattutto questo pone le basi per la rimozione di una buona parte dei problemi identitari delle storie che sono confluite nel PD. Che, infatti, non è il compromesso storico trent'anni dopo, Su questi temi non è per niente banale e nemmeno provocatoria l'argomentazione che svolgeva Sandro Bondi sul Riformista a proposito della mancata tappa socialdemocratica della sinistra italiana. Ma non è, a mio avviso, sufficiente fare del PD quel partito socialdemocratico che il PD non può essere proprio perché entra nella politica italiana come terza cesura degli ultimi quindici anni. Le altre due sono state Forza Italia e L'Ulivo. Nessun altro dei fatti politici di questi anni può essere paragonato a queste discontinuità così creatrici di nuovi valori e nuovi comportamenti. Il PD ha senso solo se è una cesura così rilevante dal punto di vista del ruolo politico e dell'idea di Partito. Non è, quindi, e non può essere la mera continuità delle due principali tradizioni politiche che lo hanno formato, quella di sinistra e quella di centro. In questo credo che i due candidati che si confrontano dovranno mettere il meglio delle loro capacità perché sul PD come fatto nuovo si giocherà la stessa chance del progetto di esistere. Perché è chiaro che quello del PD o è un grande ambizioso progetto oppure non è. E le dimensioni contano.Il declino di questi mesi mette a rischio il progetto intero. Al di là della stima che rimane per Walter Veltroni e Dario Franceschini, la mia scelta a favore di Pierluigi Bersani nasce da due considerazioni semplici. La prima è che questa è l'ultima chance. E non è tempo di mera testimonianza. Non mi sono candidato da solo come feci (e sono soltanto contento di questa scelta) nel 2007. Ho ritenuto che fosse meglio partecipare a un progetto largo e portando le mie idee in questo progetto. La seconda è che se c'è bisogno di una nuova partenza essa non può avvenire che in discontinuità con questi primi venti mesi. Altrimenti, perché ci sono state le dimissioni del segretario e lo score più basso che in questi quindici anni di Ulivo e PD si sia mai realizzato? Per questo il congresso sarà un concorso di idee e la competizione farà bene al PD.Ognuno in questi giorni sarà competente sulle idee. A questo servirà il congresso. E l'identità che emergerà sarà del tutto originale. Non incasellabile dentro categorie vecchie. Così potermo convincere la società italiana. Vincere e, questa volta, governare.

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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