ENRICO LETTA: "COME ANTICHI SCALPELLINI DISEGNIAMO IL FUTURO".

C'è chi ne sminuisce la portata e chi rivendica di averla prevista per tempo. Chi rispolvera vecchi paradigmi e chi ne teorizza di originali per definire un nuovo modello di capitalismo. Oppure c'è semplicemente chi aspetta che l'onda defluisca, illudendosi che prima o poi tutto tornerà come prima. A ciascuno la sua idea della crisi: pochi punti fermi, tante voci, molta incertezza. Quale che sia la diagnosi più calzante, non v'è dubbio che essa sia ormai al centro dell'agenda internazionale. Pochi giorni fa, in occasione del Festival dell'Economia di Trento, di crisi si è discusso in decine di appuntamenti pubblici animati e interessanti. Come è stato possibile non mettere un freno al turbocapitalismo degli anni scorsi? Chi è il responsabile di questa degenerazione? Quali scenari dobbiamo attenderci? Gli interrogativi e le risposte sono ovviamente moltissimi. Su un punto, tuttavia, a Trento come nel resto del dibattito pubblico, sembra registrarsi una sostanziale condivisione: per superare la crisi c'è bisogno di fiducia. Fiducia come ottimismo, con tutto ciò che questa interpretazione comporta in termini di aspettative di vita e di consumo. Ma fiducia anche e soprattutto come coesione, come elemento fondante - insieme al concetto dell'autorità e al valore delle regole - di quello che comunemente viene definito "capitale sociale".

"Dove c'è fiducia, c'è più economia" sostiene il premio Nobel George Akerlof, autore insieme a Robert Shiller, del libro Animal spirit: la natura umana e il sistema economico. Ci sono decisioni che maturano indipendentemente dalle previsioni razionali: sono le sensazioni a indirizzarle, il clima generale della società in cui si vive, la capacità di guardare oltre lo spazio angusto del presente e del giorno dopo giorno. Chi ha fiducia vuole ripartire e tornare a crescere. E' questo forse il tratto saliente di quegli spiriti animali che da sempre condizionano l'andamento dell'economia, con i suoi inevitabili cicli e ricicli storici: la proiezione verso il futuro. Si tratta, a ben vedere, dell'esatto opposto dell'idolatria del breve termine e dell'ossessione per il profitto immediato che hanno scandito gli anni che ci siamo lasciati alle spalle.    Questa ritrovata percezione del tempo non è, però, l'unico elemento distintivo che ci differenzia dal pre-crisi. C'è un altro fattore, altrettanto fondamentale, che riguarda tutti noi. La fiducia non possiamo ricostruirla da soli: ciascuno ha bisogno di far parte (e di sentirsi parte) di una rete, di un progetto condiviso dalla collettività. All'individualismo scriteriato di ieri pare sostituirsi l'aspirazione a un nuovo senso della comunità che non penalizzi le specificità della persona, ma le esalti in nome dell'interesse generale. Qui fiducia e coesione si sovrappongono. Qui il capitale sociale è imprescindibile: più ce n'è, maggiori sono le possibilità di realizzazione di quel progetto.   A partire proprio dalla crisi, e dalla sua inaspettata capacità di rilevarsi un'occasione unica per riformare un Paese che non sa più valorizzare tutto il suo enorme capitale sociale, ho provato a declinare alcune di queste riflessioni nel libro Costruire una cattedrale. La metafora è un invito a lavorare sodo e insieme per un grande progetto di rinnovamento. Lo facevano gli scalpellini medioevali che - ce lo ricordava spesso Nino Andreatta - mettevano  la stessa cura sia nella decorazione della facciata sotto gli occhi di tutti, sia nell'intarsio degli angoli più nascosti della cattedrale, quelli più in alto, quelli che "solo i piccioni potevano ammirare".   Tutto questo in nome del futuro e della comunità. Ecco, immaginare di uscire dalla più grave crisi che le nostre generazioni abbiano mai vissuto senza valorizzare il contributo di tutti, senza scommettere sul nostro capitale sociale, sarebbe come accontentarsi della facciata della cattedrale. Dietro il nulla, come in una scenografia di Cinecittà buona solo per qualche ciak, ma destinata presto o tardi a essere smantellata. Il Paese ha, al contrario, bisogno di realizzazioni solide, di riforme che abbiano l'ambizione di durare oltre il presente e la sua dilatazione, di costruire il futuro nostro e delle  generazioni che verranno dopo di noi.

Enrico Letta

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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