ENRICO LETTA: "COMPETERE COL CAVALIERE".

Gentile direttore,
gli interventi sul suo giornale di Lucia Annunziata e Sandro Bondi riprendono la tripartizione dell'elettorato italiano - tra populisti, moderati e progressisti - che propongo nel libro Costruire una cattedrale. Da punti di vista diversi entrambi affrontano, con riflessioni approfondite, un tema sul quale è utile forse tornare.
Credo che le elezioni del 2008 e le successive dimissioni di Veltroni dalla guida del Pd chiudano quindici anni di politica italiana. Penso che il ragionamento vada generalizzato a tutto il quadro politico. Intanto, sono sicuro che questa pagina definitivamente conclusa valga almeno per il centrosinistra. È chiaro che quella ripartizione bipolare che l'elettorato italiano ha vissuto in questi quindici anni, metà con Berlusconi, metà con Prodi, è finita. Le ultime elezioni e i fatti successivi consegnano un quadro politico non più diviso in due. Penso che la realtà dell'elettorato italiano oggi sia meglio spiegabile attraverso la tripartizione fra segmenti di pari forza sintetizzabili nelle etichette di «moderati-populisti-progressisti» piuttosto che nel classico e ormai astratto «destra-sinistra».

La vera novità di questi ultimi tempi è rappresentata dalla crescita impetuosa di un sentimento politico e sociale che non riesco a definire in altro modo se non «populista». Questa novità non è immune dalle influenze dei grandi sommovimenti che la rottura della globalizzazione e la grande crisi economico-finanziaria in atto hanno portato nelle nostre società. Mi rendo conto perfettamente del rischio che l'utilizzo di questo termine celi, soprattutto nel ragionamento politico che nel mio libro porto avanti, un qualche senso di disprezzo. È comprensibile, quindi, la reazione degli argomenti di Sandro Bondi, ma mi preme qui sottolineare come l'uso del termine «populismo» sia in questo caso esclusivamente descrittivo, privo di un giudizio di valore che non aiuterebbe un'analisi completa. D'altronde, quello che sta accadendo in Italia non è isolato e la crescita di sentimenti populisti sta dentro dinamiche che riguardano sicuramente tutto il continente. È una facile profezia quella di immaginare che la geografia del prossimo Parlamento europeo sarà condizionata da molte di queste dinamiche. Ed è una semplice descrizione quella che porta a sottolineare come il consenso personale di Berlusconi, sicuramente superiore in questa fase di crisi a quello di altri capi di governo europei, sia frutto anche di questa sua capacità di gesti populisti e di messaggi che parlano a una frangia di elettorato fortemente incline a sentimenti populisti. Punto centrale della mia analisi è anche il fatto che questo sentimento populista non è certamente rappresentato soltanto dentro il centrodestra. Come non vedere una crescente capacità, per esempio, del movimento di Di Pietro di far concorrenza alla Lega e a Berlusconi proprio su questi settori dell'elettorato? L'analisi, semmai, che deve essere messa al centro della nostra riflessione oggi, sta tutta nella domanda se un nuovo centrosinistra può essere competitivo anch'esso su queste frange crescenti di elettorato populista oppure no. La risposta è negativa. Non è quella la nostra partita. È inutile solo tentare di essere competitivi su quell'elettorato. Gli esempi, anche recenti, potrebbero essere tanti. Prendo quello delle quote-latte. È, secondo me, populismo dare la precedenza agli allevatori furbi che non hanno pagato le multe - come è stato fatto nell'ultimo decreto-legge del governo - piuttosto che premiare gli onesti come con forza, per esempio, ha chiesto a nome del mondo agricolo Federico Secchioni. È altrettanto populista proporre di usare il 5 per mille per pagare l'emergenza in Abruzzo. L'idea di scatenare una guerra tra poveri che dirotti all'emergenza terremoto le risorse oggi destinate alla casa-famiglia per anziani o al centro di recupero per tossicodipendenti è un modo per far finta di rispondere a un problema; richiama un tema oggi cruciale, quello della distinzione tra due livelli: quello della narrazione e quello della realtà. Vi è un circuito mediatico a cui presentare il racconto di quello che si vuol fare evocando scenari, idee, progetti, completamente staccato dall'analisi puntuale dei fatti conseguenti a questa narrazione. Anche questo è, a mio avviso, populismo. Lucia Annunziata coglie un punto essenziale nel mettere al centro del dibattito la parola «moderati». Una parola quasi bandita dal politically correct di questi anni, soprattutto nel campo del centrosinistra. Ma un termine che va riscoperto per capire la realtà e modificare un corso degli eventi che appare oggi quasi irrecuperabile per chi ha il cuore che batte per il centrosinistra. La forza di Berlusconi non è solo quella legata alle sue uscite populiste. La sua forza sta nell'unire oggi la rappresentanza della maggior parte sia dell'elettorato populista sia di quello moderato. Qui sta il punto. E, una volta girata la pagina, qui sta la nuova prospettiva su cui deve lavorare chi vuole costruire un'alternativa vincente a Berlusconi. Insisto sui due termini: «alternativa» e «vincente». Per costruire, infatti, un'alternativa basta mettersi in continuità con la linea dell'ultimo centrosinistra: un'alternativa alta, di testimonianza e di sicura dignità. Non credo vincente. Per essere competitivi, bisogna costruire una proposta che riesca a tenere insieme la maggior parte dei due segmenti, quello moderato e quello progressista. In questo ci corre in soccorso l'analisi lucida che fa Luca Ricolfi nel suo editoriale del 6 aprile. Con un unico distinguo che sento di fare. Sul ruolo della leadership. Ritengo non replicabile il modello della leadership di Berlusconi. Non è, cioè, immaginabile che si risolva il problema di una convergenza tra progressisti e moderati solo attraverso la leadership. L'unicità dell'esperienza berlusconiana sta anche nelle caratteristiche uniche del suo profilo di imprenditore, comunicatore, magnate e capo politico. L'operazione alternativa non potrà che giocarsi su un campo differente dal suo. Sul suo vincerà sempre lui.

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