MORGANDO E BIZJAK: "ECCO COME NON LASCIARE SOLE LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE".

In Italia vi sono 4,2 milioni di piccole e medie imprese fino a 250 addetti (99,8% del totale delle imprese italiane); assorbono l'81,7% del totale degli addetti, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e realizzano il 70,8% del prodotto interno lordo. Nel solo comparto manifatturiero, dove sono occupati 4,8 milioni di addetti, l'attività delle 530 mila piccole e medie industrie vale 230 miliardi di euro all'anno, equivalente al 13% del pil italiano, con una quota del 53,6% sul totale delle esportazioni di made in Italy. Costituiscono l'ossatura del nostro sistema produttivo e ne rappresentano spesso l'elemento più dinamico e innovativo. Eppure le piccole e medie imprese sono quelle che rischiano di pagare il prezzo più alto della crisi, insieme ai loro lavoratori.

È necessario non lasciarle sole. La politica e le istituzioni possono varare interventi di supporto che aiutino a superare la stretta creditizia, ad accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione, a snellire gli oneri burocratici, ad estendere gli ammortizzatori sociali ai lavoratori di queste imprese.È urgente affrontare il problema del credito da due lati. Prima di ogni forma di aiuto, dare alle imprese ciò che è loro, rimettendo in circolo le risorse ad esse dovute dalle pubbliche amministrazioni; quindi, come per esempio realizzato dalla Regione Piemonte, favorendo l'accesso al credito attraverso il sostegno dei Confidi.La stima dei ritardi della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese è pari, a seconda delle stime, a 50-70 miliardi di euro. I tempi di pagamento sono più che doppi rispetto alla media Ue (in media i piccoli imprenditori devono aspettare 3 mesi e mezzo per essere pagati dalla pa contro i 65 giorni della media europea).Sappiamo come, a causa dei problemi di liquidità provocati dal ritardo nell'incasso delle fatture, gli imprenditori sono costretti a ricorrere a prestiti bancari. I soli costi di interessi legati ai ritardi di pagamento sono compresi tra 1.5 e 2 miliardi di euro.È paradossale dover intervenire con denaro pubblico - ad esempio attraverso i Confidi - per aiutare le imprese in difficoltà a causa dei ritardi di pagamento delle stesse pubbliche amministrazioni. Molto più diretto e prioritario sarebbe liquidare quanto dovuto. Per uscire da questo meccanismo si potrebbe prevedere una "supercompensazione" tra crediti e debiti che azzeri i debiti delle imprese verso erario ed enti previdenziali sino a concorrenza dei crediti vantati dalle stesse verso le pubbliche amministrazioni e, al tempo stesso, un gettito straordinario dallo Stato verso gli enti per portare i tempi di pagamento alla media europea.Una manovra senza costi aggiuntivi (si tratta di soldi comunque dovuti), che metterebbe in circolo una consistente liquidità (dalla pubblica amministrazione alle imprese e poi ai lavoratori e quindi ai consumi), comportando una diminuzione dei costi per interessi da parte delle imprese e maggior agio sulle condizioni di credito.È poi necessario rimettere in moto il motore dello sviluppo aiutando le imprese ad investire in innovazione.Proponiamo una deducibilità totale ai fini Irap delle risorse che le imprese investono in ricerca ed innovazione tecnologica attraverso il sistema degli atenei.Con la premessa, però, che tutti gli interventi di sostegno e di incentivo prevedano da parte delle imprese l'impegno a non delocalizzare e a mantenere i livelli occupazionali.Infine, la traduzione concreta di quanto previsto dalla mozione Franceschini, con il temporaneo e controllato allentamento dei vincoli del patto di stabilità, consentirebbe agli enti locali di pagare i fornitori, di finanziare opere già progettate, cantierabili immediatamente o già cantierate, di mettere in campo programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria dando lavoro a tante imprese.Vorrebbe dire liberare più di 15 miliardi di euro davvero preziosi per promuovere misure anti-cicliche e consentire a province e comuni di svolgere un ruolo importante per uscire dalla recessione, dando nuovo ossigeno all'economia.

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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