IL PIEMONTE E L’ITALIA DI FRONTE ALLA CRISI: QUALE SOSTEGNO ALLA PICCOLA E MEDIA INDUSTRIA?

La crisi economica si sta abbattendo sulla nostra Regione, con esiti che destano ogni giorno più preoccupazione. Sono oltre 50 mila i lavoratori in cassa integrazione - cui corrispondono, secondo i dati INPS, 8.7 milioni di ore di cassa integrazione nel febbraio 2009, contro i 2.3 dello stesso mese del 2008 (e i 2.5 del giugno 2008) -; ciò a fronte della situazione di difficoltà che riguarda, con riferimento al settore metalmeccanico, circa 500 aziende.

Questo dato, indicativo della situazione generale, è fonte di ulteriore apprensione se si considera che la crisi sta colpendo in misura ancor maggiore le piccole e medie imprese, dove spesso gli ammortizzatori sociali non disponibili e dove dunque, come già sta avvenendo per alcune migliaia di persone, l'esito è quello della perdita del posto di lavoro. Due terzi delle piccole e medie imprese denunciano il calo degli ordinativi e del fatturato (quota raddoppiata da luglio ad oggi) mentre le banche reagiscono con il restringimento delle linee di credito.

Settori, come l'edilizia, che in precedenti contesti critici avevano giocato un ruolo anticiclico, si trovano in difficoltà, i settori metalmeccanico, tessile e manifatturiero in genere evidenziano i problemi maggiori; è in crisi nel casalese il settore della produzione di frigoriferi, il settore gomma plastica in provincia di Novara, mentre anche l'industria alimentare evidenzia situazioni critiche. L'industria piemontese registra nel suo complesso un calo della produzione del 3.2% nel terzo trimestre 2008.

Questi dati, pur drammatici, rispecchiano una crisi diffusa su scala mondiale, cui i governi, anche a prezzo di un temporaneo peggioramento dei conti pubblici, stanno reagendo con manovre espansive che intervengono sulla capacità di consumo dei cittadini, sul sostegno ai settori in crisi e sul sistema bancario affinché non si interrompa il flusso del credito verso le imprese.

La Francia ha licenziato un pacchetto da 26 miliardi di euro, l'Inghilterra vi ha destinato 20 miliardi di sterline (l'1% del PIL del paese), la Germania 32 miliardi di euro (pari all'1.3% del PIL), gli USA, dopo un poderoso intervento a favore del sistema di credito e dell'industria automobilistica, si preparano a varare ulteriori misure.

E l'Italia?

Tutti ricordano l'annuncio del Presidente del Consiglio, nel novembre scorso, di destinare ben 80 miliardi al contrasto della crisi; entro pochi giorni la cifra si era ridotta ad una dozzina di miliardi, poi a 6 miliardi, per trasformarsi in ultimo, in un intervento a costo zero basato sulla ricollocazione di partite esistenti, compresa la destinazione - in sé non censurabile - di una pur limitata quota di risorse ai cittadini attraverso il "bonus famiglia".

Questo, ufficialmente. Nella realtà la manovra economica operata da luglio ad oggi ha una caratterizzazione ben diversa e si basa su un "patto implicito" orientato alla ricerca della gratificazione miope verso i ceti ritenuti bacino elettorale del centrodestra: l'allargamento dell'eliminazione dell'ICI prima casa (già operata dal governo Prodi a favore dei cittadini con i redditi più bassi) anche alle famiglie benestanti e soprattutto lo smantellamento delle misure anti-evasione del precedente Governo costituiscono una manovra implicita e non dichiarata che trasferisce prevalentemente a lavoratori autonomi, professionisti ed imprese una quota di PIL stimabile intorno all'1%, che andrà a determinare un pari deterioramento dei conti pubblici. Insomma, una manovra nell'ordine di grandezza degli altri paesi europei, ma non trasparente, punitiva verso lavoratori dipendenti, precari e ceti meno abbienti - cui resta la gratificazione di facciata costituita dalle briciole della "vera" manovra, quali social card e qualche ampliamento del sussidio di disoccupazione. Una manovra, è facile prevedere, che oltre ad essere iniqua sarà inefficace dal punto di vista economico perché destinata principalmente a qualche centinaia di migliaia di "grandi evasori" che daranno un contributo marginale alla domanda interna.

Le proposte del PD sono diverse e sono praticate in Piemonte oltre che auspicate e sostenute sul livello nazionale.

In Italia vi sono 4,2 milioni di piccole e medie imprese fino a 250 addetti (99,8% del totale delle imprese italiane); assorbono l'81,7% del totale degli addetti, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e realizzano il 70,8% del Prodotto interno lordo. Nel solo comparto manifatturiero, dove sono occupati 4,8 milioni di addetti, l'attività delle 530 mila piccole e medie industrie vale 230 miliardi di euro all'anno, equivalente al 13% del PIL italiano, con una quota del 53,6% sul totale delle esportazioni di «made in Italy». In Piemonte si stima la presenza di oltre 460 mila piccole e medie imprese (273 individuali) di cui circa 230 mila in Provincia di Torino.

Tutte queste imprese costituiscono l'ossatura del sistema produttivo del nostro Paese e ne rappresentano spesso l'elemento più dinamico e innovativo; ma queste imprese sono anche quelle che rischiano di pagare il prezzo più alto della crisi: sono le prime a subire la stretta creditizia, sono le meno attrezzate di fronte ai mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni, sono quelle che - insieme ai loro lavoratori - più difficilmente vedono un impegno straordinario delle istituzioni in caso di difficoltà.

È necessario non lasciarle sole di fronte a questa crisi e assumere con forza precise politiche di sostegno.

La politica e le istituzioni possono varare interventi di supporto al settore delle PMI che aiutino a superare la stretta creditizia in atto; ad accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione; a snellire gli oneri burocratici che gravano sul settore.

L'aiuto all'impresa non può consistere nello "strizzare l'occhio" all'evasione. E' necessario, invece, affrontare con urgenza il problema del credito da due lati.

Prima di ogni forma di aiuto, dare alle imprese ciò che è loro, rimettendo in circolo, con priorità per le piccole e medie imprese, le risorse ad esse dovute dalle pubbliche amministrazioni; quindi, come già autonomamente realizzato dalla Regione Piemonte, favorendo l'accesso al credito delle PMI attraverso il sostegno dei Confidi.

La stima dei ritardi della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese è pari, a seconda delle stime, a 50-70 miliardi di euro. I tempi di pagamento sono più che doppi rispetto alla media UE (in media i piccoli imprenditori devono aspettare 3 mesi e mezzo per essere pagati dalla PA contro i 65 giorni della media europea). A causa dei problemi di liquidità, provocati dal ritardo nell'incasso delle fatture, gli imprenditori devono ricorrere a prestiti bancari. I soli costi di interessi legati ai ritardi di pagamento sono compresi tra 1.5 e 2 miliardi di euro. I ritardi di pagamento causano l'incapacità delle imprese di far fronte agli obblighi fiscali e previdenziali e ciò paradossalmente diventa causa del blocco di pagamenti da parte delle amministrazioni stesse, una misura quest'ultima considerata come particolarmente "odiosa" dalle imprese.

È paradossale dover intervenire con denaro pubblico - ad esempio sotto forma di aiuto ai confidi per stimolare il credito bancario - per aiutare le imprese in difficoltà per i ritardi di pagamento delle stesse pubbliche amministrazioni! Molto più diretto e prioritario sarebbe liquidare quanto dovuto.

Per uscire da questo meccanismo il PD è favorevole a:

-          prevedere una "super - compensazione" tra crediti  e debiti che azzeri i debiti delle imprese verso erario ed enti previdenziali sino a concorrenza dei crediti vantati e confermati da pubbliche amministrazioni e tra Stato ed enti pubblici coinvolti (l'impresa assolve "virtualmente" in presenza di crediti confermati, l'ente diventa debitore verso lo Stato, lo Stato compensa in presenza di suoi eventuali debiti, lo Stato dota l'ente previdenziale)

-          prevedere un gettito straordinario dallo Stato verso gli enti per portare i tempi di pagamento alla media europea;

-          se l'amministrazione pubblica non è in grado di accelerare i pagamenti, potrebbe favorire, attraverso propri atti di garanzia, le fatture emesse dalle imprese e quindi favorire il pagamento da parte delle banche; in alternativa alle banche, la Cassa Depositi e Prestiti potrebbe anticipare i fondi e quindi scontare le fatture "certificate" a prezzi di mercato.

Si tratterebbe di una manovra senza costi aggiuntivi (si tratta, infatti, di soldi comunque dovuti), che metterebbe in circolo a costo zero una consistente liquidità (dalla PA alle imprese e poi ai lavoratori, che spesso rimangono indietro con gli stipendi, e quindi ai consumi), comportando una diminuzione dei costi per interessi da parte delle imprese ed una diminuzione della pressione sui "castelletti bancari" e quindi maggior agio sulle condizioni di credito (misura tra l'altro più diretta rispetto alle risorse sui Confidi).

La misura sui Confidi è comunque da considerarsi assolutamente positiva, intendendola come complementare alle azioni tese a diminuire l'esposizione delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, soprattutto se indirizzata, in questo caso, alle aziende che hanno come clienti principali soggetti diversi dalla pubblica amministrazione.

Siamo inoltre convinti che la traduzione concreta di quanto previsto dalla Mozione Franceschini e, quindi, il conseguente temporaneo e controllato allentamento dei vincoli del patto di stabilità, porterebbe nuovo ossigeno al nostro sistema economico, consentendo agli enti locali di pagare i fornitori, di finanziare opere già progettate, cantierabili immediatamente o già cantierate, di mettere in campo programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria dando lavoro a tante imprese. Per il Piemonte questo vorrebbe dire liberare oltre 2,6 miliardi di euro davvero preziosi per promuovere misure anti-cicliche e consentire alle nostre Province e ai nostri Comuni di svolgere un ruolo importante per uscire dalla recessione.

È poi necessario rimettere in moto il motore delle sviluppo aiutando le imprese, soprattutto quelle di dimensioni medio piccole, ad investire in innovazione e in ciò seguendo l'orientamento ormai consolidato tra i Paesi che stanno cercando di rispondere a questa crisi - sono di questi giorni le prime significative mosse in merito del Governo americano -, di investire in tecnologie ecologicamente compatibili. È solo il caso di ricordare, in proposito, il triste ruolo dell'Italia, freno dell'Europa nelle politiche verso le energie rinnovabili e protagonista del tentativo di tagliare gli incentivi per gli investimenti energetico ambientali.

Come PD, per esempio, crediamo si possa pensare a una deducibilità totale ai fini IRAP delle risorse che le imprese investono in ricerca ed innovazione tecnologica attraverso il sistema degli atenei.

Accanto agli interventi di incentivo diretto alle PMI, è necessario, secondo la via intrapresa anche dal Piemonte, ragionare sull'estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori di queste imprese, sia per ragioni di equità sia per sostenere la domanda interna.

Altri interventi che sarebbe opportuno sviluppare riguardano

-          gli incentivi alle imprese che investono nella green economy;

-          dimezzare - dal 40% attuale al 20% - l'entità dell'acconto Ires di giugno;

-          alzare la soglia del forfettone da 30 a 70 mila euro;

-          sostegno all'internazionalizzazione delle PMI, rafforzando a livello locale l'opera del Centro per l'internazionalizzazione e promuovendo organismi analoghi a livello nazionale;

-          promozione del made in Piemonte, con istituzione e promozione di un marchio "100X100 Piemonte;

-          interventi di sostegno alla reti di imprese e ai distretti industriali;

-          modalità di affidamento da parte degli enti locali che non precludano l'accesso alle gare alle PMI;

-          sostegno ai programmi di riqualificazione di aree dismesse, anche come volano per l'economia locale.

Questi interventi, se accompagnati da politiche di rigore negli altri ambiti, possono avere un impatto significativo sull'economia, pur limitando il deterioramento dei conti pubblici su valori inferiori alla metà rispetto a quello che si accompagnerà alla manovra finanziaria reale del Governo e rappresentano dunque un'alternativa sostenibile ed auspicabile.

 aprile 2009

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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