23/04/2009

ENRICO LETTA: "CHI NON VUOLE L'UDC VUOLE PERDERE".

«Conosce quella del casellante? C'è un casellante che si rende conto che due treni sono in rotta di collisione. Per evitare il disastro, manovra segnali, allarmi, scambi. Poi, una volta resosi conto che è tutto inutile, chiama la moglie e le dice: cara, vieni alla finestra, almeno ci godiamo lo spettacolo. Ecco, io non voglio fare come quel casellante. Mi rifiuto di rassegnarmi al fallimento del Pd, o addirittura di augurarmelo». Inevitabilmente sospettato (come del resto tutti i centristi del suo partito) di avere già la testa su quello che potrà succedere dopo l'impatto della segreteria Franceschini contro il muro delle elezioni di giugno, Enrico Letta non ci sta a fare la parte di chi punta sul tanto peggio tanto meglio.
Sulla scrivania ha il libro che ha appena scritto per la Mondadori: Costruire una cattedrale, un atto di fede nella capacità del centrosinistra di essere anche in futuro la guida dello sviluppo economico e civile del Paese. Al segretario, Dario Franceschini, un ex della Margherita come lui, affida attraverso Panorama la sua ricetta per provare a salvare il partito.
Qualche capacità profetica l'ha già dimostrata: nel 2004 mandando su tutte le furie Romano Prodi e i diessini, pronosticò l'insostenibilità dell'alleanza con Rifondazione, poi puntualmente entrata in crisi nel 2008.

17/04/2009

ENRICO LETTA: "COMPETERE COL CAVALIERE".

Gentile direttore,
gli interventi sul suo giornale di Lucia Annunziata e Sandro Bondi riprendono la tripartizione dell'elettorato italiano - tra populisti, moderati e progressisti - che propongo nel libro Costruire una cattedrale. Da punti di vista diversi entrambi affrontano, con riflessioni approfondite, un tema sul quale è utile forse tornare.
Credo che le elezioni del 2008 e le successive dimissioni di Veltroni dalla guida del Pd chiudano quindici anni di politica italiana. Penso che il ragionamento vada generalizzato a tutto il quadro politico. Intanto, sono sicuro che questa pagina definitivamente conclusa valga almeno per il centrosinistra. È chiaro che quella ripartizione bipolare che l'elettorato italiano ha vissuto in questi quindici anni, metà con Berlusconi, metà con Prodi, è finita. Le ultime elezioni e i fatti successivi consegnano un quadro politico non più diviso in due. Penso che la realtà dell'elettorato italiano oggi sia meglio spiegabile attraverso la tripartizione fra segmenti di pari forza sintetizzabili nelle etichette di «moderati-populisti-progressisti» piuttosto che nel classico e ormai astratto «destra-sinistra».

16/04/2009

ENRICO LETTA: "ORA LA CGIL FIRMI I SINGOLI RINNOVI".

«L'atto di oggi (ieri, ndr) è la fine della fase teorica che riguarda la questione dei contratti. Ora si entra nella fase di applicazione pratica ai rinnovi: entro l'anno telecomunicazioni, alimentaristi e meccanici. Confido nel fatto che lo strappo venga recuperato nella pratica ritrovando un atteggiamento sindacale unitario». Enrico Letta si dice fiducioso sulla possibilità di ritrovare nel lavoro concreto dei singoli rinnovi quell'unità sindacale perduta con la mancata firma di Guglielmo Epifani alla riforma della contrattazione. E per uscire dalla crisi salvando le milioni di piccole e medie imprese italiane rilancia la ricetta contenuta nel suo ultimo libro (Costruire una cattedrale, perché l'Italia deve tornare a pensare in grande): una riforma degli ammortizzatori sociali che tuteli anche le Pmi che oggi ne sono escluse e l'anticipo da parte della Cassa depositi e prestiti dei pagamenti da parte della Pa.

10/04/2009

ENRICO LETTA. "COSTRUIRE UNA CATTEDRALE".

«Questo bipolarismo è finito. L'elettorato non è bipolare, ma tripo­lare: diviso non tra destra e sinistra ma tra progressisti, moderati e popu­listi. Si tratta di unire progressisti e moderati, in un patto che non potrà includere né la Lega da una parte, né Di Pietro e i comunisti dall'altra. Dob­biamo costruire un nuovo Centro-si­nistra: con la C di Centro maiuscola. Con un terzo dei voti non si vince: è evidente che dobbiamo rispacchetta­re tutto. Il Pd,così com'è, è condan­nato alla sconfitta: non a caso, come ha fattonotare per primo Marc La­zar, il suo insediamento elettorale coincide in modoimpressionante con quello del Pci di trent'anni fa. Si tratta di andareoltre questo Pd, e an­che oltre l'alleanza con Casini. Uscire dallariserva indiana dei perdenti, e cambiare il sistema».

07/04/2009

MORGANDO E BIZJAK: "ECCO COME NON LASCIARE SOLE LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE".

In Italia vi sono 4,2 milioni di piccole e medie imprese fino a 250 addetti (99,8% del totale delle imprese italiane); assorbono l'81,7% del totale degli addetti, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e realizzano il 70,8% del prodotto interno lordo. Nel solo comparto manifatturiero, dove sono occupati 4,8 milioni di addetti, l'attività delle 530 mila piccole e medie industrie vale 230 miliardi di euro all'anno, equivalente al 13% del pil italiano, con una quota del 53,6% sul totale delle esportazioni di made in Italy. Costituiscono l'ossatura del nostro sistema produttivo e ne rappresentano spesso l'elemento più dinamico e innovativo. Eppure le piccole e medie imprese sono quelle che rischiano di pagare il prezzo più alto della crisi, insieme ai loro lavoratori.

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Alessandro Bizjak - Consigliere Regionale Regione Piemonte
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